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Indice del percorso La legge sulla stampa del 1847

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Notificazione della Reale Consulta della legge sulla stampa del 6 maggio 1847
( ASCFi, Leggi e bandi, 1847, XXXIX )
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Notificazione della Reale Consulta del 31 agosto 1847 relativa alla nuova legge sulla stampa
( ASCFi, Leggi e bandi, 1847, LXXXVII )
Totale libertà di stampa: questa una delle principali richieste avanzate dai movimenti liberali e costituzionalisti, cui il Granducato rispose nel 1847 con una legge che, pur arginando la diffusione della stampa clandestina, garantiva una certa libertà. Niente era pubblicabile senza la preventiva approvazione dei revisori (di nomina regia) e, nel caso di giornali e periodici, anche del sovrano. A Firenze risiedeva il Consiglio superiore di revisione, composto da 4 consiglieri e da 1 presidente scelto tra gli impiegati regi della classe superiore. Potevano pubblicarsi le opere che non offendevano «la Religione ed i suoi ministri; la pubblica morale, i diritti e le prerogative della Sovranità, il Governo e i suoi Magistrati, la dignità e le Persone dei Regnanti anco esteri, le loro Famiglie e i loro Rappresentanti, l'onore dei privati Cittadini», e più in generale quelle che non contenevano «cose atte a turbare in qualsivoglia modo il buon'ordine e la quiete dello Stato, sì nei suoi rapporti interni che esterni». Per tutelare i lettori dei giornali, si obbligò i giornalisti a citare la fonte delle notizie politiche: se il fatto era «di tal natura da interessare l'ordine pubblico, o la quiete dei privati, l'Uffizio di revisione dovrà chiedere schiarimento sulla verità o credibilità del fatto stesso; ed ove il richiesto schiarimento non fosse dato o non si trovasse soddisfacente, non dovrà permettersi la pubblicazione». Se il direttore di un giornale pubblicava articoli non approvati doveva pagare una multa (da 25 a 300 scudi), ma se era recidivo lo attendeva il carcere (da 15 giorni a 2 mesi) e la sospensione del giornale (fino a 1 anno) o la sua soppressione. Anche per gli stampatori era prevista una multa (50 scudi) se aprivano un esercizio senza licenza o se stampavano opere non approvate. Finiva direttamente in carcere chi stampava in proprio senza le necessarie approvazioni. La legge non riguardava la Gazzetta, pubblicata sotto il diretto controllo governativo, né derogava al privilegio degli avvocati e procuratori di pubblicare gli scritti legali, o alle privative per la pubblicazione di leggi e atti governativi e giudiziari. Copie di ogni opera pubblicata nel granducato andava consegnata all'Uffizio di revisione e alla Biblioteca Magliabechiana.
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